la simbologia delle fiabe

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Ogni oggetto, ogni animale, ogni situazione che anima la vita quotidiana dell’uomo è dotato di due aspetti: uno evidente e palese, l’altro più recondito e profondo legato al vissuto, alle sensazioni e alle emozioni che ciascuna persona vive confrontandosi con esso. Questo secondo aspetto necessita di un’interpretazione attiva e cosciente per poter essere individuato perché, essendo legato alla sfera emotiva e affettiva della personalità, resta talvolta relegato in una parte della coscienza di cui non siamo consapevoli. L’aspetto in questione è il simbolo, cioè il significato profondo che ogni uomo, singolarmente o in modo collettivo, attribuisce a un svariata gamma di contesti. I significati simbolici sono molto frequentemente ricercati anche nei sogni, nei personaggi e nelle avventure dei protagonisti delle fiabe, nelle trame dei film, nei quadri e nelle opere d’arte in genere, e presentano la possibilità di essere ampiamente interpretati, talvolta sulla base di esperienze soggettive, talvolta sulla base di informazioni culturali genetiche associate all’essere umano a livello universale.

I simboli sono il centro della vita immaginativa dell’uomo: danno volto ai desideri, stimolano le avventure, rivelano i segreti dell’inconscio e conducono alle origini più nascoste che motivano le nostre azioni.
La formazione dei simboli, il loro intreccio e la loro interpretazione interessano molte discipline dalla psicologia all’antropologia.
Il termine “simbolo” ha subito nel corso dei secoli molteplici variazioni di significato e interpretazione; il “simbolo” però soprattutto si distingue dal “segno” perché quest’ultimo è una convenzione arbitraria che non mette in relazione tra loro significante e significato (oggetto e soggetto), mentre il simbolo ne presuppone l’omogeneità. Il simbolo è dunque molto più di un segno che si presta ad essere interpretato, non solo rappresenta, pur occultando, ma realizza pur scomparendo (Chevalier e Gheerbrant, 1992); lo si potrebbe definire “idolo-motore” per caratterizzarne il duplice aspetto rappresentativo ed efficace ( Chevalier e Gheerbrant, 1992: XIX).
Gli esempi più significativi di questi simboli sono quelli che Jung ha definito archetipi: essi rappresentano dei prototipi di insiemi simbolici profondamente iscritti nell’inconscio. Gli archetipi hanno un ruolo molto importante nell’evoluzione della personalità e si manifestano come strutture psichiche universali, innate o ereditarie, come una sorta di coscienza collettiva che si esprime attraverso simboli particolari carichi di una grande potenza energetica.
Il simbolico, insieme all’immaginario e al reale, è, secondo Lacan, uno dei registri essenziali della psicanalisi (Laplance e Pontalis, 1974:474).
Per Freud l’insieme di simboli con un significato costante nelle diverse produzioni dell’inconscio si definisce “simbolico”. Il simbolo esprime in modo indiretto e figurato i desideri, le pulsioni e i conflitti.(Freud, 1989). La percezione del simbolo esclude quindi un atteggiamento passivo da semplice spettatore, ed esige una partecipazione attiva da attore. La comprensione del simbolo dipende più che dalla ragione dalla percezione diretta da parte della coscienza. Il simbolo supera i confini limitati della ragione pura, l’analisi che tenta di frammentarlo e sezionarlo, incapace di coglierne la ricchezza. Al contrario si presta all’interpretazione, pluridimensionale e multistratificata.
Il simbolo si proietta nell’ignoto e permette di cogliere relazioni che sfuggono alla coscienza e alla ragione; ma esso è anche un sostituto: è una espressione sostitutiva che ha il compito di far passare nella coscienza in forma dissimulata certi contenuti che, diversamente, verrebbero censurati. Inoltre il simbolo funge da mediatore favorendo i passaggi tra i vari livelli di coscienza, tra il noto e l’ignoto, tra il manifesto e il latente, tra l’Io e il Super-Io.
Il simbolo adempie perciò anche a una funzione pedagogica e terapeutica, producendo una forma di identificazione e partecipazione a una forza sovraindividuale, e facendo sentire l’uomo meno solo e isolato.
Un esempio dimostrativo può esser fornito dalla simbologia dei colori, anch’essi da considerarsi simboli. In ogni tradizione culturale e in ogni paese a ciascun colore vengono attribuite proprietà diverse, Ciò lega la popolazione dal punto di vista culturale in una interpretazione univoca e ampiamente condivisa di segnali non verbali e nell’adozione di simili modelli di comportamento.
Il colore nero, ad esempio, è spesso associato all’idea di l’oscurità, ed è stato identificato da Jung come il luogo delle germinazioni, della meditazione e della preparazione precedente l’esplosione luminosa della nascita (Jung, 1980).
Presso gli Egizi i colori rispondevano a un simbolismo di ordine biologico ed etico: il nero, il colore del bitume che ricopre la mummia, era il simbolo della rinascita postuma e della sopravvivenza eterna. Il verde rappresentava la rinascita della vita vegetale, la gioventù e la salute; mentre il dio dell’aria Amon assumeva tonalità celesti.
Anche nelle tradizioni islamiche il simbolismo dei colori è molto ricco, vario e associato a credenze magiche: dal bianco, il colore della luce, di buon auspicio, al nero che, soprattutto nel mantello degli animali, è considerato nefasto (Chevalier e Gheerbrant,1992)
La distinzione tra colori caldi e colori freddi ha interessato anche gli psicologi che hanno elaborato questa teoria: i primi favoriscono i processi di adattamento e hanno un potere eccitante; i secondi, al contrario, hanno potere sedativo e tranquillizzante. Nei sogni i colori sono significative espressioni dell’inconscio e rappresentano particolari stati d’animo del sognatore, tradendo le diverse tendenze delle pulsioni psichiche. Secondo Jung in particolare le principali funzioni psichiche dell’uomo si esprimono nei sogni attraverso i colori: il pensiero con l’azzurro; il sentimento con il rosso e l’intuizione e la sensazione con il verde (Jung, 1980).
Il significato simbolico dei sogni o delle espressioni artistiche della creatività individuale sono fonti molto preziose al fine di indagare emozioni, traumi o paure che un individuo sente o vive, ma di cui non riesce a accettare l’esistenza, perché troppo emotivamente gravose o perché associate a situazioni grandemente dolorose. Gli aspetti simbolici, che si mostrano ad esempio nelle manifestazioni oniriche, sfuggono al controllo della coscienza e aprono ampie finestre di lettura sulla personalità dell’individuo.
Come gli studiosi di linguistica si sono impegnati ad approfondire l’aspetto strutturale delle fiabe e dei racconti fantastici, così la psicanalisi ha dedicato ampi studi all’analisi dei contenuti simbolici che si celano sotto lo strato più superficiale della trama narrativa. Nel corso del ‘900 Sigmund Freud, Carl Gustav Jung e suoi allievi, in particolare Bruno Bettelheim e Marie Louise Von Franz hanno evidenziato come i racconti fantastici siano stretti parenti dei sogni e siano portatori di caratteristiche simboliche estremamente simili.
Il concetto fondamentale che lega questi studiosi è quello che il racconto fantastico, e il sogno, siano manifestazioni inequivocabili e interpretabili di quella attività psichica tipica dell’uomo che non siamo in grado di controllare, ma che manifesta attraverso un suo codice specifico i sentimenti, le emozioni, le ansie e le paure dell’essere umano.

Gli archetipi junghiani nella letteratura fantastica. Joseph Campbell e Chris Vogler.

Entrando nel mondo delle fiabe, del racconto fantastico e dei miti immediatamente ci si imbatte in tipologie di personaggi ricorrenti e in situazioni che si somigliano molto: eroi coraggiosi, messaggeri magici, vecchie maghe o maghi saggi e potenti, strani compagni di viaggio in grado di alterare il proprio stato (mutaforma), cattivi, imbroglioni, giullari e tanti altri.
Secondo Jung e secondo Campbell queste tipologie attingono costantemente dall’inconscio collettivo: fiabe, miti e racconti fantastici sono come sogni di una cultura millenaria cui scrittori e sceneggiatori attingono durante il processo creativo. Comprendere il meccanismo di funzionamento degli archetipi in un racconto significa comprendere la funzione che un determinato personaggio svolge all’interno della narrazione. Campbell ne parla come se si trattasse di informazioni biologiche inserite nel codice genetico di ogni essere umano (Campbell, 2008).
Gli archetipi in questa situazione non sono da considerarsi come ruoli rigidi, ma piuttosto come funzioni, intese nell’accezione data a questo termine da Propp, cioè appropriazione temporanea di un ruolo da parte di uno o più personaggi di una narrazione. L’Ombra, ad esempio, rappresenta gli aspetti oscuri e misteriosi e può essere assunto come ruolo da differenti personaggi, dall’antagonista, al protagonista che vive un momento di difficoltà interiore, di dubbio morale, o ancora da una situazione che non riesce a districarsi ma si attorciglia sempre più su se stessa complicando la trama. Anche un Mentore, solitamente legato a una connotazione positiva di apprendimento e crescita, può essere ammantato di Ombra, nel momento in cui diviene un cattivo maestro. Al contrario Ombra può mostrarsi Mentore laddove sia d’esempio con il suo malvagio comportamento.
Gli archetipi possono essere considerati anche come diversi aspetti della personalità di un unico personaggio, personificazione di diverse qualità umane.
I racconti diventano quindi un percorso di composizione attuata basandosi su elementi base universali, “metafora della condizione umana, dove i personaggi impersonano le qualità assolute e archetipiche” (Vogler, 2005: 25).
Gli archetipi che più frequentemente si incontrano in un racconto fantastico e che sono da intendersi tanto al maschile quanto al femminile, ma che certo non esauriscono le possibilità, sono:
L’Eroe rappresenta l’Ego, quella parte che secondo Freud ci permette di differenziarci dalla madre. Un Eroe è colui che all’inizio del racconto è dominato da una forte identità personale che lo differenzia dal gruppo (il resto dell’umanità), ma che nel corso della narrazione diventa in grado di superare le illusioni e i conflitti, talvolta sacrificando se stesso metaforicamente o anche fisicamente. L’archetipo dell’Eroe incarna la ricerca d’identità dell’uomo.
L’Eroe è il simbolo stesso dell’anima in trasformazione e del viaggio che ciascun essere umano intraprende durante la sua vita alla ricerca di se stesso e del significato dell’esistenza (Vogler, 2005).
L’Eroe è il personaggio in cui si identifica il lettore e assolve funzioni drammaturgiche fondamentali come quella della crescita, dell’azione, dell’affrontare la morte finanche al sacrificio di se stessi. Le limitazioni caratteriali dell’Eroe, dubbi, insicurezze e paure, accrescono ulteriormente la possibilità di identificazione del pubblico che pare essere molto attratto da personaggi nevrotici, stravanti e profondamente umani (Vogler, 2005).
Esistono diversi tipi di Eroe, accomunati dalle stesse caratteristiche di fondo, ma differenziati nelle modalità di approccio alla ricerca. Possiamo sostanzialmente fare una prima grande generalizzazione tra eroi disponibili, pronti, dinamici, entusiasti ed eroi riluttanti, passivi che necessitano di una motivazione in più, spesso fornita dal mentore, per affrontare le proprie prove. Tra gli eroi riluttanti occupano senza dubbio un posto di rilievo gli antieroi, personaggi di profonda onestà e rettitudine che hanno però rifiutato la società in cui vivono e le relative regole e sopravvivono, spesso in solitudine, ai margini della comunità.
Esistono poi al contrario gli eroi dediti al benessere della comunità, gli eroi che catalizzano, quei personaggi che, come nella chimica, permettono che il sistema operi le proprie trasformazioni, senza cambiare eccessivamente.
Il Mentore ( o Vecchio Saggio) si manifesta in tutti i personaggi che hanno il compito di istruire, aiutare e proteggere gli eroi. Si tratta di soggetti con una connotazione fortemente positiva, pur se talvolta eccentrici, ad esempio il Mago Merlino. Spesso sono ispirati da Dio o da forze divine.
Nella mente umana il Mentore rappresenta l’ Io, la parte più saggia e accorta della psiche. Nella narrazione questa figura sta a rappresentare le massime aspirazioni dell’Eroe, ciò che l’Eroe è destinato a diventare se si dimostrerà capace di affrontare e superare con saggezza le prove della vita. Come è facile dedurre l’archetipo del Mentore è strettamente legato alla figura del genitore.
La funzione drammaturgica fondamentale del Mentore è quindi quella di insegnare, ma il Mentore è anche colui che fornisce l’Eroe di informazioni preziose e doni magici, strumenti che, usati al momento giusto e nella maniera opportuna, consentiranno di risolvere situazioni difficili. In questi caso il Mentore assolve alla funzione di Donatore. Il dono del Mentore non è mai fine a se stesso; l’Eroe deve guadagnarsi il premio attraverso l’apprendimento, la fatica e il sacrificio.
Il Mentore rappresenta anche la figura che fornisce all’Eroe la motivazione necessaria ad affrontare un’impresa: il suo compito si traduce nel confortare o provocare l’eroe perché si decida a compiere un passo in avanti.
Non si deve pensare al Mentore come ad un archetipo monolitico e incrollabile: come per l’Eroe anche in questo caso esistono varie caratterizzazioni. Il Mentore può anzitutto, proprio come l’Eroe, essere consapevole o riluttante, può mostrarsi insicuro e fallace mostrando così con le sue debolezze gli errori da evitare. Può trattarsi di un personaggio dubbio e oscuro, a conoscenza di segreti temibili; oppure può trattarsi di un “dio caduto”, un personaggio che, pur nella sua immensa conoscenza, sta vivendo una fase di profonda crisi o declino (vecchiaia, crisi mistica).
Il Guardiano della soglia riassume gli ostacoli che l’Eroe incontra nel suo cammino. All’ingresso di mondi nuovi, di passaggi o di caverne nascoste si trovano in genere severi guardiani con il compito di mettere alla prova la determinazione di chi vuole entrare nel loro territorio. Non si tratta di figure prettamente negative, bensì di sentinelle e portinai che regolano l’accesso con un’espressione scura e minacciosa. Un Guardiano della soglia per eccellenza è la Sfinge nel mito di Edipo.
Dal punto di vista psicologico essi incarnano i comuni ostacoli che qualsiasi essere umano incontra sul suo cammino: sfortuna, oppressione, fatica, persone ostili. Ogni volta ci si appresti a portare a termine un cambiamento importante nell’esistenza i nostri “demoni interiori” (Vogler, 2005:42) , le nostre ferite emotive profonde, le nostre nevrosi, le nostre dipendenze, riaffiorano sottoforma dei personaggi incarnati da questo archetipo per metterci alla prova, “per verificare se siamo veramente risoluti ad accettare la sfida del cambiamento” (Vogler, 2005:42).
Dal punto di vista drammaturgico la finalità specifica del Guardiano della soglia è la verifica della determinazione dell’Eroe: egli potrà cambiare direzione, fuggire, agire con l’inganno, attaccare direttamente l’ostacolo, trasformarlo da nemico in alleato ricorrendo alla sfida, alla lusinga o alla corruzione.
Una volta superata la prova spesso L’eroe impara a considerare il Guardiano della soglia con occhi diversi: non come un essere pericoloso e minaccioso, ma come alleato utile e prezioso.
La figura del Messaggero suggerisce la necessità del cambiamento. Quando il momento della trasformazione è propizio dentro di noi qualcosa si muove e manda un segnale, attraverso i sogni o la narrazione con questo archetipo, che ci propone di “andare oltre” e accettare l’inevitabile metamorfosi psicologica.
Il messaggio può assumere varie forma e avere connotazioni positive, negative o neutre: può presentarsi, ad esempio. incarnato dalla figura del Mentore o sotto forma di una persona con intenzioni ostili o di un suo emissario.
Al fine della narrazione il Messaggero è colui che concretamente fornisce la motivazione all’Eroe e permette la prosecuzione della trama. Spesso un Eroe riluttante accetta il Richiamo dell’avventura sulla scorta della funzione svolta dal messaggero.
Il Mutaforme la cui natura risulta estremamente sfuggevole alla comprensione, è dal punto di vista psicologico la figura in cui confluiscono le istanze di rappresentazione dell’energia racchiusa nell’archetipo junghiano Animus/Anima. Rappresenta quindi l’insieme del “fascio di immagini di mascolinità positive e negative nei sogni e nelle fantasie delle donne” (Vogler, 2005:48) e il loro corrispondente al maschile.
Queste fantasie vivono dentro di noi spesso fortemente represse da norme e consuetudini sociale che in un certo qual modo impongono all’uomo di mostrare solo il suo lato maschile e alla donna solo quello materno, mettendo a tacere la controparte emotiva e psichica.
“L’incontro tra Animus a Anima nei sogni e nelle fantasie è considerato un passo importante nella crescita psicologica” (Vogler, 2005:48). Solo nel riconoscimento e nell’accettazione sia delle proprie caratteristiche femminili che di quelle maschili, così come dei propri punti di forza che delle proprie fragilità si attua il passaggio di stato che consente all’uomo di evolvere, di progredire nella reale consapevolezza di sé, delle sue aspirazioni e del suo percorso di vita. Ciò, in particolare, rivestirà fondamentale importanza nella vicenda di “Eileen e il salice del tempo” perché la protagonista dovrà fare i conti con una profezia che metterà in luce il duplice aspetto della sua anima e del suo destino, forse teso verso il bene, ma forse destinato ad asservirla ai poteri oscuri della malvagità.
L’archetipo del Mutaforme ha funzione di catalizzatore del cambiamento, è un simbolo dell’impulso psicologico alla trasformazione. Nell’affrontare un Mutaforme l’Eroe viene profondamente scosso e turbato, costretto a mutare la propria opinione sul sesso opposto o ad affrontare parti nascoste di se stesso, immagini e idee sulla sessualità e sui rapporti con gli altri.
La funzione drammaturgia del Mutaforme è dunque quella di seminare il dubbio, creare spunti per una profonda riflessione.
La mutazione della forma può manifestarsi in cambiamenti d’aspetto, di comportamento, di ruolo.
Nell’archetipo dell’Ombra trovano forma le rappresentazioni del lato oscuro, degli aspetti repressi e inespressi, nascosti e inconfessabili, è spesso “la dimora dei mostri che reprimiamo dentro di noi” (Vogler, 2005:51). L’Ombra rappresenta traumi emotivi o profondi sensi di colpa, che, se ricacciati nell’oscurità dell’inconscio e rifiutati possono trasformarsi in meccanismi distruttivi che possono giungere fino ad annientarci. Queste violente emozioni possono assumere la forma di esseri mostruosi, vampiri, lupi mannari, figure diaboliche, ma incarnano una potente energia che, se portata alla luce, può diventare fortemente positiva e condurci a superare paure e vecchi abitudini.
La maschera dell’Ombra prende forma nei personaggi antagonisti, nel Nemico per eccellenza, nel Cattivo che hanno per finalità la creazione del conflitto, la distruzione, l’annientamento dell’Eroe. Esse hanno il compito di sfidare l’Eroe, al fine di dargli un degno rivale e metterlo in condizione di esprimere al meglio e proprie potenzialità. Anche un Eroe può manifestare degli aspetti Ombra, laddove il protagonista sia estremamente cinico ed egoista, tormentato da sensi di colpa o si comporti in modo autolesionistico.
L’Imbroglione assolve alla funzione della goliardia e del piacere del cambiamento. Ridimensiona l’Eroe rendendolo consapevole dei suoi limiti, stimola le trasformazioni con leggerezza e simpatia giocando sul difficile confine dell’ambiguità e dell’ironia.
Il lato Imbroglione di ciascuno di noi ci permette di “tornare con i piedi per terra” quando è necessario recuperare la dovuta oggettività.
La figura dell’Imbroglione svolge il ruolo della creazione dell’intermezzo comico. Ansie e conflitti non placati generano cariche emotive faticose e snervanti: servitori, giullari o amici comici alleviano la tensione.

 

bibliografia:

Joseph Campbell 2008 L’eroe dai mille volti. : Guanda


Jung C.G,  e Kerenyi, K. 1972. Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia. Torino: Bollati Borringhieri


Jung, CG. 1980. L’uomo e i suoi simboli. Milano: Cortina Editore


Jung, CG. 1982. Gli archetipi dell'inconscio collettivo. Torino: Bollati Boringhieri