OCCHIO VERDE, OCCHIO BLU
La lezione di matematica era quella che Eileen in assoluto detestava di più. Tutti quei numeri e
segni con le loro forme aguzze e appuntite la irritavano. Con il mento appoggiato al dorso della mano, guardava fuori dalla finestra con aria assente.
Era gennaio inoltrato e, da pochi giorni, gli studenti erano rientrati a scuola dopo le vacanze di Natale. Fuori in cortile la neve ricopriva tutto con un lieve manto bianco, anche la pista di atletica là in fondo al prato. Per quanto ne sapeva lei, tutta la Scozia poteva essere completamente ricoperta di neve.
“Signorina, le dispiacerebbe tornare sul pianeta Terra e degnarci della sua attenzione?”.
La signora Crow, la professoressa di matematica, la squadrava dall’alto, proprio di fronte al suo banco, con un’espressione estremamente arrabbiata.
Era una donna di mezza età, alta, magra e spigolosa, proprio come i suoi numeri, con una vocina stridula e grandi occhi sporgenti n ascosti dietro spessi occhiali quadrati con una pesante montatura n era. Anche il vestito che indossava era nero, con un ridicolo collettino di pizzo bianco inamidato .
“Sono convinta che una boccata d’aria le farà bene. Si faccia due passi e torni quando sarà abbastanza sveglia per seguire la lezione, come tutti i suoi compagni”.Con aria colpevole, Eileen si alzò dal banco e si diresse verso la porta dell’aula; in sottofondo sentiva le risatine e i commenti dei compagni, ma tutto sommato quella passeggiata imprevista non le dispiaceva affatto.
Uscì dall’aula e si ritrovò in un lungo corridoio, con molte porte di legno scuro: classi, laboratori, studi degli insegnanti, palestra, bagni e il portone d’ingresso.
Si diresse verso quest’ultimo, con l’idea di fare una passeggiata di qualche minuto fuori nella neve, ma, come aprì il battente, un vento gelido la fece rabbrividire. Faceva molto freddo nonostante fosse una giornata soleggiata. Optò allora per i bagni; un po’ di acqua fresca le avrebbe schiarito le idee.
Entrò nella toilette e si diresse verso il lavandino. Il piccolo specchio appeso alla parete rifletteva ora il suo viso.
“Eccomi qui” pensò. “Capelli rossi, ricci e ribelli, viso ovale e un mare di lentiggini. E questi strani occhi, uno verde e uno azzurro”.
Si gettò un poco d i acqua sul viso , si asciugò e si osservò chinando il capo: dodici anni, fisico asciutto , vestita, come tutte le studentesse, con la noiosa divisa della scuola: maglione rosso con scollo a V, gonnellina tartan rossa e verde e scarpe scure.
Nessun altro segno particolare, niente che potesse farla notare tra gli altri.
Non che Eileen amasse farsi notare, non le faceva piacere essere al centro dell’attenzione, ma forse se avesse avuto qualche cosa di speciale, anche i suoi genitori l’avrebbero apprezzata di più.
Forse se avesse combinato qualche grosso guaio, o se fosse stata un disastro a scuola. Sembrava che a loro, Kathie e Bran Welsh, della piccola Eileen non importasse gran che. Erano sempre in viaggio per lavoro, sempre lontani da casa.
Fin dal suo più lontano ricordo aveva sempre vissuto con le zie, le sorelle di sua madre, mentre i genitori comparivano occasionalmente nella sua vita, per brevi visite di poche ore, come era successo il giorno di Natale da poco passato. Quando però sua madre e suo padre arrivavano tutta la sua voglia di vederli e di stare con loro svaniva. Provava solo una profonda rabbia e un sordo rancore nei loro confronti, che non mancava di dimostrare con immancabili litigi e musi lunghi per ogni piccola sciocchezza.
Loro se ne andavano e lei restava più triste di prima.
Uscì dal bagno e tornò verso l’aula di matematica. Perfino i numeri della professoressa Crow erano meglio di quei pensieri.
Le seguenti ore di lezione trascorsero senza note di particolare rilevanza. Poi finalmente suonò la sospirata campana e arrivò il momento di tornarsene a casa.
All’uscita dall’aula Carys la raggiunse correndo: “Tutto sommato non ti è andata troppo male con la Crow”. “Oh bene, se pensi che trenta espressioni in più per dopodomani siano poco…”, rispose Eileen senza entusiasmo. “E in più ci sono tutti i compiti di storia e di disegno.
Non avrò tregua per le prossime tre sere”.
Carys era da sempre la sua più cara amica; fin da piccolissime avevano giocato insieme, si erano confidate tutto, ma ora quello strano malessere che la inquietava, Eileen proprio non riusciva a condividerlo con nessuno, neanche con Carys. Questo la rattristava molto e la faceva sentire un po’ in colpa.
Chiacchierando del più e del meno, le due ragazze erano uscite da scuola, avevano imboccato Regent Strett e ora erano all’incrocio con Queen Street, dove di solito si dividevano, perché Eileen abitava con le zie nella vecchia casa di campagna, fuori città, mentre Carys viveva in un bell ’ appartamento nuovo nel centro della cittadina di Ayr.
“Ciao Eileen, ci vediamo domattina”.
“Ciao Carys” e si avviò lungo la strada che portava fuori città.
Faceva molto freddo. Eileen si strinse nel pesante giaccone che indossava coprendosi meglio le orecchie con il cappuccio.
La strada presto lasciò il posto a un viottolo di campagna circondato da abeti verdi carichi di neve e agrifogli coperti dalle caratteristiche piccole bacche rosse.
Nella ne ve intatta ai lati del sentiero, ogni tanto scorgeva le impronte di qualche animale uscito dalla tana alla ricerca di cibo. Man mano che il paesaggio si apriva alla campagna Eileen si sentiva ritemprata e ottimista. La sua gatta, Peete, le trotterellò incontro sulla strada innevata, affondando ogni tanto e borbottando. Era una robusta gatta con il pelo color squama di tartaruga . Aveva un buffo muso schiacciato e due gran di occhi color ambra. Per la verità non aveva molto del le proverbiali eleganza e grazia feline , ma ispirava immediatamente simpatia nel vederla. Ricordava un po’ un orsacchiotto di peluche.
Quando ebbe raggiunto Eileen, si strusciò un paio di volte contro le sue gambe emettendo rumorose fusa di approvazione, e la prece d e t te zampettando. Girarono l’ultima curva e si trovarono di fronte alla casa.
Era un grande edificio rurale, con molte finestre e balconi. Il tetto era curiosamente appuntito. Intorno c’era un grande giardino con molti alberi, ma il suo preferito era il maestoso salice che si trovava proprio di fronte alle finestre del soggiorno e, al piano superiore, della sua camera. C’erano poi i roseti, ora spogli, i cespugli profumati, di cui nemmeno conosceva il nome, e un piccolo laghetto che era completamente ghiacciato.
La struttura della casa era massiccia e severa, tutta di granito e pietra, ma qua e là c’erano note di colore e allegria: ciotole con piante fiorite, nonostante la stagione invernale, improbabili vasi decorati da curiosi motivi, tende buffe e coloratissime ai vetri.
La casa ben rappresentava le sue inquiline: la progettazione della struttura era stata di zia Beth, severa e precisa a casa come nel suo lavoro. Zia Beth insegnava botanica nella vicina università locale. Zia Gwen invece era pittrice, scultrice, poetessa, un temperamento artistico insomma, ed era l’autrice delle macchie di colore nella casa.Rientrare a casa per Eileen era sempre un momento di gioia.Anche quel giorno il suo malumore scivolò via non appena mise piede in casa e il profumo dei biscotti di zia Gwen l’avvolse come un caldo abbraccio.
Peete entrò in casa per prima e si avviò baldanzosa verso il suo cuscino, vicino al fuoco. Un secondo dopo vi ci si tuffò con fare soddisfatto.
“Ciao piccola studentessa, ben tornata a casa” disse la zia vedendola sulla porta; “vieni in cucina con me e mangia qualcosa. Nel frattempo aiutami a decidere quale tra queste due tonalità di arancio è più adatta per ridipingere il mio studio”.
Sedendosi di fronte ad Eileen, zia Gwen aveva aperto la sua tavolozza di colori e, con solo apparente noncuranza, le disse: “Oggi ha telefonato la professoressa Crow” e alzò lo sguardo incrociando quello della ragazza. “Ha detto che in classe sei spesso distratta, pensi ad altro e il tuo rendimento non ne trae certo beneficio”.
Eileen si incupì e fece per rispondere, ma la zia la precedette. “Sai perfettamente che nessuno pretende da te che tu sia la prima della classe, ma devi cercare di impegnarti, anche se capisco che soffri per l’assenza dei tuoi genitori”.
Eileen si raddolcì a quelle parole e, più serenamente, disse alla zia: “Lo so, hai ragione, ma in certi momenti davvero non riesco a concentrarmi. Penso a come sarebbe se loro fossero più spesso a casa, invece solo lettere e qualche telefonata”.
Sospirò.
“ Com’è trascorrere la domenica giocando e studiando con il proprio padre, tornare la sera e raccontare la giornata alla mamma…? Io non l’ho mai potuto fare”. Un velo di tristezza e rammarico coprì il viso luminoso di zia Gwen .
“Non fraintendermi zia. Voi con me siete meravigliose e io vi voglio molto bene , ma mamma e papà mi mancano ” .
La zia la guardò con dolcezza. “I tuoi genitori hanno un lavoro molto importante che li tiene occupati a lungo. Si tratta di un incarico di grande responsabilità e da loro dipendono le sorti di molte altre persone. Anche loro soffrono stando lontani da te, ma anni fa hanno dovuto fare una scelta e di conseguenza le cose sono andate così. Non essere troppo severa con loro. Mi risulta poi che tu non sia stata particolarmente affettuosa durante la loro ultima visita prima di Natale”.
Quindi, sorridendo di nuovo, aggiunse: “E a proposito di severità, temo che quando tornerà zia Beth dovrai sorbirti una bella ramanzina per via della telefonata della tua professoressa. Promettimi che cercherai di essere un po’ meno svagata”.
Eileen sorrise addentando un biscotto: l’aroma di vaniglia e cannella la conquistò: “Ok zia, ci proverò”. Eileen andò a dare una grattatina dietro le orecchie a Peete e salì in camera sua, per vuotare la borsa di scuola.
La sua camera era arredata in modo assai particolare :
tutti i mobili erano di legno naturale, ricordavano le nodosità degli alberi e zia Gwen aveva dato il meglio di sé dipingendo pareti e soffitto come se fosse la radura di un bosco, con alberi verdi e fiori ovunque. Anche il pavimento era stato dipinto come se fosse un piccolo prato. Il soffitto invece ritraeva il cielo azzurro di una fresca giornata di primavera.
Eileen amava molto la sua stanza e talvolta aveva persino la sensazione che i fiori, le foglie e la luce dipinta cambiassero con il trascorrere d ei giorni, come se seguissero il naturale corso delle stagioni. Questo era ovviamente impossibile e lei attribuiva quella sensazione alla sua sfrenata fantasia, come la chiamava zia Beth. Qualche ora dopo Eileen era seduta al grande tavolo di legno rotondo in soggiorno, immersa nei suoi compiti extra di matematica, quando zia Beth rincasò.
Sulla porta si tolse il pesante cappotto, facendo cadere p i c coli fiocchi di neve sul pavimento, lasciò guanti e sciarpa sul mobile dell’ingresso e, sciogliendosi i lunghissimi capelli scuri, si avviò con passo deciso verso di lei. Stava per aprir bocca, quando un rumore stranissimo provenne dal giardino.
Era come se un uccello, o qualcosa di simile, stesse cantando. Perplesse, Beth ed Eileen si avviarono alla porta, mentre l’intensità del canto aumentava sempre più; aprirono la porta e sulla soglia comparve una bellissima oca argentata che, con fare deciso, altero ed elegantissimo per un pennuto, entrò nella casa.
Era decisamente più grande del normale, con lunghe penne che sembravano di seta tanto erano splendenti. Anche le zampe e il becco erano d’argento, mentre gli occhi erano intensamente blu.
Peete stava ancora dormendo vicino al fuoco e brontolò un poco per la folata di aria gelida che la raggiunse. Non prestò grande attenzione alla nuova strana arrivata. Eileen invece era senza parole, ma alzando lo sguardo da l’animale alla zia si rese conto che qualcosa non andava.
L’espressione della zia non mostrava affatto stupore quanto piuttosto perplessità e preoccupazione, cui si aggiunse presto il tono allarmato di zia Gwen che, entrata all’ improvviso nell’ingresso, vedendo la strana oca, gridò: “No! No! Che cosa ci fa lei qui? Che diritto ha di comportarsi così!?”.
Eileen stava per chiedere se la zia fosse impazzita a rivolgere la parola a un’oca, per quanto bella e maestosa, quando quella improvvisamente s’illuminò di una accecante luce bianca e, in un attimo, si trasformò in un’anziana e distinta signora.
Non era molto alta, ma dava immediatamente l’idea di una persona import a n te, con la carnagione candida e lunghi capelli bianchi argentei legati alla nuca da un nastro di raso. Indossava una veste azzurra e blu drappeggiata su un lato .
Sollevò il viso segnato dall’evidente età avanzata e mostrò i lineamenti incredibilmente delicati. La fronte era spaziosa e sottolineata dalla scriminatura dei capelli, il naso regolare sembrava disegnato da un pittore, ma la cosa che colpì maggiormente Eileen erano gli occhi: grandi, profondamente blu e intensi.
Eileen lasciò andare dalla mano la matita con cui stava scrivendo che, cadendo sul pavimento, fece un secco rumore e scosse quel silenzio stupefatto.
Anche Peete si riscosse dal suo sonno indifferente e osservò la donna con aria incuriosita. Se ne guardò bene, però, dal lasciare il suo posticino al caldo.
La donna parlò con timbro lieve e melodico: “Gwen, non adirarti. Non è stata una mia scelta quella di venire qui oggi, ma una decisione del Gran Consiglio del Salice. Capirai le motivazioni quando vi avrò comunicato le notizie che porto. Capirete anche perché è stato deciso di violare ora il silenzio”.
Beth, che fin o ad allora era rimasta in silenzio , si mosse e si diresse lentamente verso le poltrone del soggiorno, disposte intorno al fuoco “Sediamoci”, disse “non sarà una cosa breve”.
Poi si volse verso Eileen: “Siediti anche tu cara. Stai per sentir e cose che ti riguardano molto da vicino. Immagino che nella tua testa infurino molte domande, ma prima ti prego di ascoltare ciò che io e tua zia dobbiamo dirti”. Rivolgendosi alla donna disse: “Suppongo che si tratti di fatti di estrema importanza, ma ti prego, Viviana, prima di riferire ciò che devi, lascia che le spieghiamo cosa sta succedendo”.
Viviana acconsentì con un cenno del capo e si sedette , quasi fluttuando, su una poltrona. “Ciò che devo dirvi la riguarda più di quanto non possiate immaginare. Attenderò che abbia una prima spiegazione da voi. È giunta l’ora che sappia”.
Zia Gwen prese per mano la nipote e la accompagnò a sedersi sul sofà, poi si sedette vicino a lei, sempre tenendole la mano.
Nella testa di Eileen i pensieri erano sottosopra.
Non riusciva nemmeno a formulare una domanda, tante erano le cose che avrebbe voluto chiedere, ma più d’ogni altra cosa la colpiva quella strana donna: come poteva essere prima un animale e ora un essere umano? Parlava come se fosse a conoscenza di chissà quale segreto che la riguardava. Perché queste cose, che sconvolgevano lei, non sembravano destare il minimo stupore nelle zie che, addirittura, sembravano conoscere da tempo la donna e rispettarla profondamente?
Si rese conto che stava tremando furiosamente.
Cercò di respirare più lentamente, ma tutto intorno a lei si fece d’un tratto buio e sfuocato. La testa le doleva e un cerchio la stringeva sempre più.
Si sentì cadere sempre più verso il basso, poi percepì una luce sfumata e sentì lontana la voce dei suoi genitori che le sussurravano di non temere, di non avere paura perché quella donna non le avrebbe fatto alcun male, le avrebbe anzi rivelato fatti molto importanti.
“Eileen coraggio apri gli occhi”.
Un odore pungente le pizzicava il naso.
Veniva da un vasetto che zia Beth le stava facendo annusare. “È passato” le disse sorridendo, “stai tranquilla, la tensione ti ha fatto perdere i sensi, ma ora va tutto bene”.
Per un attimo Eileen sperò di essersi sognata ogni cosa: doveva essere caduta proprio mentre zia Beth entrava in casa e, probabilmente, aveva picchiato la testa. Non appena si fosse ripresa, la zia avrebbe iniziato a sgridarla per la faccenda della professoressa Crow. Presto però si rese conto che non era così. Voltandosi vide sulla poltrona la donna che le zie avevano chiamato Viviana e capì che era tutto vero.
Ripensò alla voce dei genitori sentita mentre era svenuta e cercò di tranquillizzarsi.
“Sei pronta ad ascoltare?” chiese zia Gwen.
Eileen rispose accennando un sì con un movimento della testa. In realtà non si sentiva per nulla pronta ed era terrorizzata, ma sembrava impossibile sottrarsi a quella rivelazione e, a questo punto, era decisa a conoscere questo segreto che pareva riguardarla.
“Quello che ti dirò è molto difficile da comprendere e accetta re . Quando avrò finito potrai far e tutte le domande che vorrai, ma solo quando avrò finito”, disse zia Beth fissando le fiamme scoppiettanti nel camino. Gwen rimase vicino a lei e la donna chiamata Viviana si accomodò meglio sulla poltrona.
Fuori era ormai buio e ricominciava a nevicare. Peete, vicino al fuoco, aveva ripreso il suo sonno tranquillo e respirava rumorosamente.
“ Tu sei una figlia del Popolo Fatato” cominciò Beth, ma non riuscì a continuare perché Eileen la interruppe subito. “Cosa sarei io? Cosa sarebbe questo, come hai detto… Popolo Fatato?”.
“ Ti prego c ara” le disse zia Gwen , stringendo le la man o nella sua: “chiederai tutto ciò che vuoi dopo”. Eileen sospirò e si accovacciò nel divano più che poteva, tenendo il broncio.
“Come stavo dicendo” riprese Beth “tu sei una figlia del Popolo Fatato, i Tùatha Dè Dànann nell’antica lingua dei nostri avi, come lo siamo noi e i tuoi genitori”.
Spostò lo sguardo di nuovo verso il fuoco.
“Il Popolo Fatato è molto antico, probabilmente vive nel mondo da sempre. Siamo fate e druidi, con abilità particolari, diciamo magiche, e abbiamo, tra le altre cose, il compito di essere i guardiani del tempo”.
Lo stupore sul viso di Eileen era chiaramente percepibile. Aveva gli occhi sgranati e fissava la zia con evidente perplessità. Si mosse un po’ sul divano, a disagio, ma restò zitta.
“Il tempo, come lo conosci tu, è separato in periodi, cioè c’è un presente che stai vivendo, un passato che hai già vissuto e un futuro che hai di fronte a te. Devi sapere che per il Popolo Fatato, e anche per alcuni esseri umani particolarmente illuminati, è possibile passare da una all’altra di queste dimensioni. Per farti capire, se tu volessi potresti tornare a stamattina, quando la professoressa Crow ti ha mandato fuori dall’aula e poi tornare qui, alla nostra attuale conversazione”.
Eileen strizzò gli occhi, come per mettere a fuoco
meglio.
“I guardiani del tempo hanno il compito preciso di sorvegliare e impedire che qualcuno, viaggiando nel tempo, alteri il passato o il futuro, combinando non pochi guai. Immagina cosa potrebbe succedere se qualche famoso personaggio della storia comparisse improvvisamente d avanti ai tuoi occhi”. Beth prese fiato.
Eileen non poteva credere a quanto aveva appena ascoltato. Popolo Fatato? Fate? Druidi? Viaggi nel tempo ? Dovevano essere tutti impazziti.
Beth riprese a parlare: “I tuoi genitori sono dei guardiani del tempo, per questo motivo li vedi molto raramente”. Sapeva che ora sarebbe arrivata la parte più difficile da dire a sua nipote ed era davvero in difficoltà .
“Quando tu nascesti notammo subito la caratteristica dei tuoi occhi. Come hai osservato anche tu crescendo non è una cosa comune, nemmeno nel nostro mondo. In particolare però, per il Popolo Fatato, essa rimanda a una profezia fatta da un famoso druido centinaia di anni fa”. Beth rimase in silenzio. Stavano parlando ormai da quasi un’ora ed era molto stanca. Immaginava come potesse sentirsi confusa Eileen di fronte a quel le rivelazioni e decise di lasciare un po’ spazio al suo sfogo,prima di continuare.
“Se vuoi farmi domande prima che io continui”.
“Domande?” gridò Eileen.
“Mi hai appena raccontato una storia che non sta né in cielo né in terra e pensi che io abbia bisogno solo di qualche chiarimento?”.
Respirava affannosamente e le sue mani tremavano ; nemmeno lei sapeva se per la paura o la rabbia. Beth non rispose alla provocazione e rimase in attesa, in silenzio. “Cominciamo allora”, disse con veemenza. “Se faccio parte di questo cosiddetto Popolo Fatato o come diavolo si chiama, perché nemmeno ne conosco l’esistenza ? Dov’è? Dove sono queste fate mie presunte simili? Ciò di cui mi avete parlato l’ho sentito spesso, ma nelle favole che mi raccontavate da bambina per farmi addormentare”.
Non aveva più fiato. Aveva pronunciato tutte le domande senza mai respirare.
Si sentiva esausta.
Fu Gwen a risponderle con grande dolcezza, mentre la donna chiamata Viviana iniziava a dare qualche segno di impazienza muovendosi sulla poltrona.
“Cominciamo dall’inizio”, disse allora la zia.
“Il Popolo Fatato vive sulla terra da moltissimi anni; in passato era vicino agli esseri umani, spesso vivevamo a stretto contatto, mentre, nella storia più recente, abbiamo deciso di non mostrarci, perché nel mondo è diventato sempre meno il bisogno di magia, soppiantato dalla tecnologia e dalla scienza. Tuttavia noi continuiamo a esistere , come abbiamo sempre fatto. Gli esseri umani non ci vedono per quello che siamo, ma semplicemente come loro simili. Grazie a un potente e costante incantesimo operato dal Gran Consiglio del Salice, quando utilizziamo la magia loro non la percepiscono. Lo stesso incantesimo opera su di te. Se io ora faccio apparire delle tazze di tè, tu sarai convinta di avermi visto andare in cucina a prepararle”. A questo punto Viviana intervenne prendendo la parola: “L’incantesimo di cui ti ha parlato tua zia ora non opera più su di te, dal momento in cui io sono entrata in questa casa è stato sospeso”. Continuò poi: “È per questo che hai potuto assistere alla mia trasformazione da oca a come sono ora”.
Le tazze da tè apparvero sul tavolino di fronte al fuoco rallegrate da un vassoio di dolcetti e salatini, mentre Eileen le fissava esterrefatta.
Peete nel frattempo aveva aperto gli occhi, ma non sembrava particolarmente preoccupata dalla comparsa , dal nulla, degli oggetti sul tavolo.
La rabbia di Eileen aveva ceduto il posto a uno stato di profonda perplessità, ma in fondo anche di curiosità.
Viviana continuò a parlare fissandola negli occhi:
“Quando sei nata, vedendo i tuoi occhi, abbiamo immediatamente pensato tutti alla profezia del druido Myrddin, fatta moltissimi anni fa. Secondo la profezia, un giorno sarebbe nata una bambina con gli occhi di diverso color e come segno distintivo; avrebbe avuto capacità e doti ben al di là del comune. Avrebbe posto fine alla lotta tra bene e male nel nostro mondo e avrebbe conosciuto il luogo in cui è stato nascosto il calice della conoscenza, noto anche come Graal”.
Lo sguardo di Viviana si fece ancor più intenso. Eileen sentì forte il desiderio di stringersi a Gwen che ancora sedeva vicino a lei.
“ Quella fata sei tu, piccola. Per questo decidemmo, con i tuoi genitori, di metterti al sicuro fuori dal nostro mondo fino a che tu non avessi avuto l’età giusta per affrontare tutto questo, o comunque le circostanze non ci avessero costretto a rivelarti la verità”.
Eileen, frastornata, si fece coraggio e aprì bocca: “Al sicuro da chi?”.
“Come in ogni mondo , anche nel nostro esiste il male”, disse Beth. “E nel nostro mondo, come puoi bene immaginare, il male può essere molto potente”.
Era difficile parlare perché anche Beth in quegli anni vissuti in esilio, al limite del mondo fatato in compagnia della nipote e del la sorella, aveva cercato di dimenticare. “Nel mondo fatato il male ha ora il nome di una fata, una guardiana a suo tempo, che ha deciso di seguire la via dei poteri oscuri. Il suo nome è Nimue”.
Man mano che procede va la conversazione, lo stupore di Eileen andava diminuendo e in lei si faceva strada la strana consapevolezza di sapere queste cose da sempre. “Quando nascesti anche Nimue seppe dei tuoi occhi. Si mise immediatamente sulle tue tracce. L’ unico modo per salvarti era nasconderti”, concluse Beth” e così siamo venute qua. I tuoi genitori non potevano restare con te, sarebbe stato troppo facile seguirli o riconoscerli. Inoltre dovevano continuare il loro lavoro e impedire a Nimue di acquisire ancora più potere viaggiando nel tempo e sfruttando le conoscenze dei grandi saggi del passato”.
La notte era ormai inoltrata, fuori la neve cade a silenziosa e andava ad aumentare la spessa coltre
che già copriva tutto il paesaggio. Eileen restò in silenzio, guardando fuori dalla finestra e scaldandosi le mani con la tazza fumante. Il bagliore del fuoco illuminava i visi delle quattro donne.
Solo Viviana sapeva che le parole più dolorose per Eileen dovevano ancora essere pronunciate, ma a quel punto, qualche attimo in più o in meno non avrebbe fatto differenza e decise di aspettare che fosse la ragazzina a riprendere a parlare.
Nella testa di Eileen le immagini si susseguivano l’una all’altra: la sua infanzia, le fiabe delle zie che, ora comprendeva, le raccontavano il suo mondo. Anche la sua strana camera da letto acquisiva un senso diverso, era un modo per tenerla inconsciamente ancorata al suo passato, alla sua vera natura. Tuttavia, verso i genitori che l’avevano lasciata quasi sola, non riusciva a essere completamente benevola. Certo, in qualche modo capiva i loro doveri e le loro intenzioni, ma lei era la loro figlia e loro l’avevano comunque lasciata.
S cosse la testa e riportò lo sguardo e la mente nel salotto. Osservò Viviana e pensò che nella sua vita doveva aver visto e sentito molte cose, a giudicare dalle rughe del suo volto. Sembrava però che Viviana fosse molto serena, le sue espressioni e i suoi occhi trasmettevano sicurezza e calore. Forse per questo, pensò Eileen, era la Fata Anziana. O forse ricoprire quella carica l’aveva fatta diventare così.
In ogni caso, quando era arrivata, aveva riferito di portare notizie che la riguardavano da vicino, evidentemente importanti al punto da svelare tutta la sua storia .
Eileen ora sapeva che, per quanto travolgenti fossero state quelle rivelazioni erano solo il preludio di ciò che l’aspettava.
Posò la tazza e disse a Viviana: “Hai detto di portare notizie importanti. Quali sono?”.
“Ecco”, pensò la Fata Anziana tra sé, “è arrivato il momento”.
Quindi si rivolse alle tre fate di fronte a lei e disse:
“Nimue è riuscita a catturare e intrappolare nel passato Kathie e Bran”.
Ad Eileen mancò la terra sotto i piedi... Come sembrava lontana la punizione della professoressa Crow.