La divinazione dei fenomeni naturali

faccina

L''ars fulguratoria, cioè la capacità di trarre dalla osservazione dei fulmini tutte le informazioni possibili, era al primo posto nella pratica della divinazione etrusca ed era regolata da una casistica alquanto complessa che teneva conto della parte del cielo in cui il fulmine appariva, della forma, del colore, degli effetti provocati e del giorno della caduta.

fulmine

Il segno più importante da osservare era ovviamente il fulmine, che proveniva direttamente dal dio supremo Tinia; la volta celeste in cui nasceva la saetta era divisa in sedici parti, abitata ognuna da una divinità.

volta celeste

Ogni divinità poteva scagliare solo un fulmine alla volta, mentre Tinia ne aveva a disposizione tre contemporaneamente.

Il primo era il fulmine “ammonitore” che il dio lanciava di sua spontanea volontà e veniva interpretato come avvertimento; il secondo era il fulmine che “atterrisce” ed era considerato manifestazione dell'ira del dio; il terzo era il fulmine “devastatore” potente veicolo di annientamento e di trasformazione.

I fulmini erano inoltre variamente classificati a seconda che il loro messaggio valesse per tutta la vita o solamente per un periodo determinato.

Dopo la caduta di un fulmine c’era l’obbligo di costruire per esso una tomba: un piccolo pozzo, ricoperto da un tumuletto di terra, in cui dovevano essere accuratamente sepolti tutti i resti delle cose che il fulmine stesso aveva colpito, compresi gli eventuali cadaveri di persone uccise dalla scarica.

Il luogo della caduta e la tomba del fulmine erano considerati sacri e inviolabili ed essendo ritenuto di cattivo auspicio calpestarli, erano recintati e accuratamente evitati dalla gente.

 

Oltre all'osservazione dei fulmini c'era un'altra forma di divinazione alla quale era possibile ricorrere ogni volta che fosse ritenuto utile o necessario senza dover attendere altre forme di prodigi dipendenti invece dal caso, come appunto il fulmine. Era l'epatoscopia, o lettura del fegato degli animali sacrificati, che i romani chiamavano ars haruspicina.

Il fegato, la cui immagine si riteneva fosse proiettata la divisione della volta celeste, veniva strappato ancora palpitante dal corpo dell'animale (pecora, bue, cavallo) e se ne osservavano le regolarità e irregolarità a ognuna delle quali era attribuito un messaggio. Per questo venivano usati degli appositi modelli in bronzo o in terracotta sui quali erano riprodotte le varie ripartizioni e scritti i nomi delle divinità. Fra i modelli giunti sino a noi il più celebre è il ''Fegato di Piacenza". Oltre al fegato gli arùspici leggevano anche altre viscere come il cuore, i polmoni, la milza.

Quando non rivelavano nulla di apprezzabile per la divinazione erano ritenute “mute” e inutilizzabili; erano invece “adiutorie” quando indicavano qualche rimedio per scampare ad un pericolo; erano “regali” se promettevano onori ai potenti, eredità ai privati; “pestifere” quando minacciavano lutti e disgrazie.

fegato di Piacenza