Il paesaggio è brullo e arido. Una interminabile distesa di nulla. Non una costruzione, non una forma di vita, nemmeno un albero.

Il vento però soffia con una forza inaudita. Fischia, sibila, crea mulinelli che disegnano forme spaventose. Si insinua come una voce fredda e sottile che pronuncia sottovoce parole sconosciute, ostili, pericolose.


All’improvviso un fulmine, d’argento, poi un altro ed un altro ancora. Mentre il vento infuria la danza della tempesta di lampi prende vita. Si lanciano nel vuoto, si inseguono, si allontanano poi si avvicinano di nuovo. Adesso sembrano quasi seguire un ritmo definito: uno lontano, uno vicino, uno lontano ed un altro vicino, vicinissimo. Sembra il ritmo del battito del cuore: tum, tum , tum, tum tum, sempre più frenetico.

Tutto si contrae e si dilata ad ogni nuovo fulmine, ad ogni nuovo palpito del cuore. Compare qualcosa nel vento. Rotea, svolazza, viene assorbito dal ritmico cadere dei fulmini. Cresce, rimpicciolisce, cresce ancora. Inizia a prendere forma. Dapprima una piccola massa informe, in lontananza. Poi cominciano a definirsi i contorni.

E’ una pagliuzza argentata, in preda alla furia della tempesta. O forse è la tempesta che segue le evoluzioni della pagliuzza.

Tutto rannicchiato su se stesso, lentamente si gira e si alza. E’ un essere mostruoso, ha il muso di un avvoltoio con grandi e spaventosi occhi gialli, lunghe orecchie d’asino. I capelli sono fatti di serpenti vivi che si intrecciano tra loro sibilando con le lunghe lingue biforcute. E’ vestito con stracci laceri.
Muove un passo in avanti, vacilla.

Le braccia e le gambe sono esageratamente lunghe. Al posto delle mani ha  affilati uncini, invece  dei piedi ha zampe di capra. Sogghigna con una espressione truce, poi lentamente sibila: “Eileen…”